Da ormai diversi anni, l’accordo quadro tra Svizzera ed Unione Europea tiene banco a Berna e a Bruxelles, con un tira e molla diplomatico che ha portato ad un vero e proprio stallo negoziale ed al siluramento del capo-negoziatore Roberto Balzaretti (rimpiazzato lo scorso ottobre da Livia Leu). Tale rimpasto ai vertici della delegazione elvetica non ha però sbloccato la situazione: in quello che sembra un ultimo disperato tentativo di ottenere qualche concessione dell’UE e salvare dunque l’intesa, il presidente della Confederazione Guy Parmelin si recherà venerdì a Bruxelles per incontrare la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen. In vista di questo nuovo appuntamento, la sinistra svizzera è ritornata a discutere dell’accordo quadro, confermando l’importanza della questione europea nel dibattito politico elvetico: già lo scorso anno avevamo visto la sinistra dividersi sul tema dei bilaterali, con posizioni molto diverse fra loro (leggi qui).
Un accordo istituzionale contestato sia a destra che a sinistra
Cosa prevede l’accordo quadro in via di negoziazione tra il governo svizzero e l’Unione europea? Esso mira a consolidare la via bilaterale e l’accesso al mercato interno dell’UE, attraverso il principio della “ripresa dinamica” del diritto europeo da parte della Svizzera e un meccanismo di risoluzione delle controversie.
L’accordo quadro è contestato sia dalla destra che dalla sinistra elvetiche a causa di 4 elementi controversi. Innanzitutto, la protezione dei salari: l’UE vorrebbe ridurre il margine di notifica delle imprese straniere che operano in Svizzera, rendendo più difficili i controlli sui posti di lavoro, sopprimendo inoltre il deposito di una garanzia in caso di contestazione dei salari. In secondo luogo, a far discutere sono i cosiddetti “aiuti di Stato”: le norme europee per la tutela della concorrenza rischiano di impedire il sostegno pubblico ad imprese strategiche come le banche cantonali, le aziende elettriche e dei trasporti, ecc. In terzo luogo, la destra nazionalista si oppone fermamente all’estensione della “cittadinanza europea”: secondo l’UE, i lavoratori stranieri in Svizzera dovrebbero poter beneficiare del sistema sociale elvetico e non potrebbero essere espulsi in caso commettessero dei delitti. Infine, è il sistema di risoluzione delle controversie ad attirare numerose critiche: in caso di contrasto fra diritto elvetico ed europeo, sono previste vari organismi di conciliazione, ma per l’UE il tribunale di ultima istanza dovrebbe essere la Corte di giustizia europea. Da qui l’accusa di voler trasformare la Svizzera in una “colonia” europea, privata di sovranità e dei suoi diritti fondamentali.

Il Partito Socialista rimette in discussione il suo europeismo?
Già lo scorso autunno, quando lo stallo delle negoziazioni era ormai evidente, il presidente uscente del Partito socialista svizzero (PSS) Christian Levrat aveva dichiarato che un ritiro dall’accordo quadro “non sarebbe la fine del mondo” (leggi qui). Una dichiarazione decisamente sorprendente, visto l’europeismo dilagante tra le fila della socialdemocrazia elvetica! Eppure, secondo Levrat, “l’euforia del PS per l’Europa si è ormai dissipata”: a suo dire, il PS resta “un partito europeo”, di principio favorevole ad un accordo quadro con l’UE, ma solo a condizione di aver ottenuto garanzie sufficienti in campo sociale ed economico. Garanzie che, come dimostra lo stallo attuale, la commissione UE non sembra affatto disposta a concedere: vi è dunque da chiedersi quale sarà la direzione che verrà impressa dai nuovi co-presidenti Cedric Wermuth e Mattea Meyer, che hanno dichiarato di allinearsi alla posizione di Levrat ma che sono finora rimasti silenti sulla ripresa dei negoziati…
Per i Verdi, “un fallimento delle trattative sarebbe disastroso”
Di segno opposto la reazione dei Verdi, spesso identificati come forza di rinnovamento e ricostruzione della sinistra (in Svizzera come nel mondo), ma che hanno già avuto modo di dimostrare la propria ambivalenza anche in altri ambiti – come quello del sostegno sociale alle vittime della pandemia (leggi qui).

In una dichiarazione diffusa alla fine della scorsa settimana (leggi qui), la direzione dei Verdi ha affermato che “un fallimento (delle trattative, ndr) avrebbe delle conseguenze disastrose per l’Unione europea, ma anche per la Svizzera”. Gli ecologisti domandano dunque al Consiglio federale di proseguire i negoziati, richiedendo dei “chiarimenti” sugli aiuti di Stato e la protezione dei salari e liberando immediatamente il contributo di coesione – attualmente bloccato a causa del mancato riconoscimento dell’equivalenza borsistica alla Svizzera (uno dei tanti addentellati di questo stallo negoziale). In poche parole, per i Verdi basterebbero dei semplici “chiarimenti” ed anzi, occorrerebbe anche rinunciare ad uno dei pochi strumenti di pressione ancora a disposizione del governo elvetico! Non c’è che dire, se il PSS sta quantomeno rimettendo in discussione l’europeismo acritico che lo ha contraddistinto per gli ultimi vent’anni, l’Unione europea ha già trovato una nuova rappresentanza politica nei Verdi svizzeri, che non esitano – guarda caso – a rivendicare l’identità di “partito europeo”.
L’USS si oppone ad un accordo senza condizioni: meglio i bilaterali!
Una ben più dura e chiara presa di posizione è stata invece espressa dall’Unione sindacale svizzera (USS). In un’intervista al quotidiano romando 24heures (leggi qui), il presidente dell’USS Pierre-Yves Maillard ha dichiarato che “i negoziatori elvetici hanno oltrepassato il loro mandato entrando in materia di protezione dei salari e di servizio pubblico”: poiché l’accordo-quadro si basa sulla ripresa del diritto europeo da parte della Svizzera e che in questi ambiti “vitali” le nostre realtà sono differenti, “non possiamo accettarlo”. Maillard ricorda in proposito come la Corte di giustizia europea, che dovrebbe divenire tribunale di ultima istanza, si sia già pronunciata più volte contro le legislazioni nazionali anti-dumping salariale in favore della “libera concorrenza”.

Che fare dunque? Per Maillard, “la logica bilaterale ha un futuro”: a suo avviso, sia l’UE che la Svizzera ne hanno tratto profitto ed essa può dunque continuare a costituire la base delle nostre relazioni. Secondo il sindacalista, occorre invece evitare di “negoziare con la paura di far arrabbiare il nostro partner, anche quando la nostra posizione è legittima: allora tanto varrebbe domandare all’UE di stabilire le sue condizioni e firmare senza brontolare”.
Per i comunisti, “l’accordo quadro va abbandonato, apriamoci invece ai BRICS!”
Netta infine la reazione del Partito Comunista svizzero, da sempre schierato contro l’adesione della Confederazione all’Unione europea, ma anche contro le forme di subalternità politica ed economica sviluppate negli ultimi anni. Già nel 2015, a un anno dall’approvazione dell’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa” che aveva incrinato i rapporti con l’UE, il segretario politico del PC Massimiliano Ay aveva dichiarato a questo portale che “non vi è solo l’UE con cui dialogare: la Svizzera non può chiudersi a riccio non avendo materie prime, ma può scegliersi i partner! Io suggerisco di intensificare la cooperazione con le economie emergenti dei cosiddetti paesi BRICS e l’Eurasia” (leggi qui). Impostazione, questa, che il Partito Comunista ha poi sistematizzato l’anno successivo durante il suo 23° Congresso, che ha sancito di intensificare le sue stesse relazioni con la sinistra dei paesi emergenti.

L’opposizione del PC all’accordo quadro è dunque nota da tempo (leggi qui). Per un commento alla ripresa delle trattative abbiamo contattato la deputata comunista Lea Ferrari, membro del comitato dell’Associazione per la difesa del servizio pubblico: “le norme svizzere a tutela dei salari e del servizio pubblico, benché ancora largamente insufficienti, non possono essere sacrificate sull’altare dell’accesso al mercato europeo! Esse vanno anzi estese, in favore di un’economia ad alto valore aggiunto basata su una programmazione pubblica e sulla valorizzazione dei lavoratori”.