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L’Euro debole e il Franco forte: i commercianti guadagnano, ma sono a rischio pensioni e lavoro.

Nelle ultime settimane le valute sono impazzite: l’Euro e il Franco svizzero sono giunti al cambio 1,1 dopo essere arrivati persino al cambio 1,03, il più basso in assoluto fra le due monete dall’arrivo dell’Euro una decina di anni fa. Nonostante il Franco abbia recuperato circa il 30% del valore dell’Euro, i cittadini non ne stanno traendo alcun beneficio: infatti i prezzi di alimentari,  degli elettrodomestici, e quant’altro provenienti dai paesi in cui circola l’Euro sono di fatto praticamente rimasti invariati.

A denunciarlo è il Partito Comunista ticinese che ritiene che i prezzi “onestamente dovrebbero essere abbassati di almeno un terzo”. Nei supermercati elvetici infatti i prodotti sono venduti con i medesimi prezzi del passato, ossia quelli derivati dai tempi d’oro della moneta unica, quando insomma il cambio franco-euro era a 1,5. “Nella situazione inversa – sostengono i Comunisti – i prezzi sarebbero invece aumentati immediatamente, pur di far pagare gli umori della borsa ai lavoratori e ai piccoli consumatori”.

La presa di posizione del partito della sinistra marxista ticinese continua: “se i cittadini non possono godere di tali sconti, il differenziale di valore lo intasca solo il grande commerciante”. Una situazione che viene giudicata “di sfruttamento” e che per l’ex-Partito del Lavoro merita un’inversione di rotta netta: il Partito Comunista chiede quindi che il governo, sia quello federale, sia, per quanto nelle sue possibilità, anche quello ticinese “la finiscano con il tabù del libero mercato e intervenga con decisione anzitutto per monitorare, e successivamente con misure legislative atte ad evitare operazioni speculative”. Mentre i comunisti chiedono un chiaro intervento dell’autorità legislativa, la candidata del Partito Socialista al legislativo federale, Denise Maranesi, in un suo articolo, ritiene che nei confronti delle catene di distribuzione che non adatteranno i prezzi “la soluzione è subito pronta: non andrò più da chi non tutela il consumatore!”. Forse, però, la sinistra politica, al posto di sognare di improbabili boicotti individuali, dovrebbe proporre soluzioni politiche collettive un po’ più incisive.

Il segretario del Partito Comunista Massimiliano Ay ha inoltrato questa richiesta a tutti i membri della deputazione ticinese alle Camere federali invitandoli a farsene portavoci: “si capirebbe così se hanno a cuore gli interessi dei cittadini o quelli del grande capitale” conclude perentoria la nota stampa dei marxisti.

Nel frattempo l’Unione Sindacale Svizzera (USS), l’organizzazione mantello di tutti i sindacati svizzeri vicini alla socialdemocrazia, tramite il suo portavoce economico Daniel Lampart, ha spronato la Banca Nazionale ad intervenire contro il franco forte invitandola a introdurre un tasso limite di cambio con l’euro di circa 1,40. A preoccupare i sindacati è il fatto che l’economia di esportazione del Paese ne risenta mettendo a rischio oltre 100mila posti di lavoro. Come se ciò non bastasse l’apprezzamento del franco – secondo l’ufficio economico del sindacato – negli ultimi 20 mesi ha polverizzato quasi 50 miliardi di franchi presso le Casse pensioni.

Gli fa eco Alessandro Lucchini, giovane membro del Comitato Centrale del Partito Svizzero del Lavoro, il partito nazionale cui fanno riferimento i comunisti ticinesi, secondo cui – preso atto che lo Stato spende il 30% in meno nell’import ad esempio di petrolio e gas – i soldi che risparmia andrebbero investiti nelle assicurazioni sociali per tutelate il potere d’acquisto delle fasce popolari.

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