Contro la strategia liberista dell’Unione europea

Ha avuto luogo a Cipro, alla fine della settimana scorsa, un importante incontro promosso da AKEL sul ruolo che la cosiddetta Strategia di Lisbona svolge nell’evoluzione del neoliberalismo nell’Unione Europea, dando concretezza ai contenuti del Trattato che, in particolare da Maastricht, si è trasformato in uno strumento fondamentale per il capitalismo in Europa.

Ho partecipato a questo dibattito, in cui le differenti analisi hanno trovato un punto di coincidenza nel considerare particolarmente urgente la necessità di una rottura delle politiche neoliberali dell’Unione Europea, in particolare quelle relative alla Strategia di Lisbona, al Patto di Stabilità e agli orientamenti della Banca Centrale Europea. E’ necessaria, più che mai in passato, una nuova politica economica e sociale.

Quasi 10 anni dopo l’approvazione della cosiddetta Strategia di Lisbona (nel marzo del 2000), quando venne propagandato che sarebbe avanzata una strategia in grado di creare pieno impiego, di ridurre la povertà e l’esclusione sociale, di mantenere livelli di crescita del PIL dell’ordine del tre per cento, è la realtà a rendere evidente la grande differenza tra la propaganda e le concrete misure che effettivamente propugna tale strategia. E che, come avevamo denunciato allora, in queste misure ciò che veniva previsto era il percorso delle privatizzazioni e della flessibilità del lavoro.

Così, con gli orientamenti neoliberali seguiti e le direttive che, nel frattempo, sono state approvate, ciò che oggi abbiamo è la povertà che riguarda circa 80 milioni di persone nell’Unione Europea, delle quali più di 30 milioni lavoratori con lavoro precario – quando, nel 2000, erano 60 milioni – e la disoccupazione che minaccia di colpire 30 milioni di persone nel 2010. Invece della crescita e dello sviluppo, ciò che abbiamo è l’aumento delle disuguaglianze sociali e regionali ed anche maggiori difficoltà per i giovani ad ottenere lavoro con diritti.

Con la revisione della Strategia di Lisbona, nel 2005, si è approfondita la sua visione neoliberale, che la maggior parte dei paesi ha concretizzato con i piani nazionali di riforma, in cui si è data la priorità alla competitività, all’aumento della concorrenza, anche nei servizi, e a ciò che è stato chiamato “miglioramento dell’ambiente di impresa”, ma che di fatto, si è tradotto solo nell’insistenza sulla deregolamentazione del lavoro, nell’aumento dell’età pensionabile, nell’attacco ai diritti sociali e del lavoro, di cui la “flexsecurity” e la proposta di modificare la direttiva sull’organizzazione e l’orario di lavoro, hanno rappresentato i più recenti esempi.

L’insistenza sulle liberalizzazioni, in particolare nei servizi, come è accaduto con la famigerata direttiva Bolkenstein, sulla flessibilità del lavoro e su prospettive finanziarie che facevano leva sulle riduzioni di bilancio, ha aggravato le situazioni già esistenti.

Tutto ciò è accaduto in un quadro di crescente liberalizzazione del commercio internazionale conseguito dai negoziati in ambito OMC, che ha favorito soprattutto gli interessi delle grandi imprese del commercio internazionale e dei servizi, a cui si e aggiunta la strategia di delocalizzazione delle multinazionali, che ha contribuito alla distruzione dei settori produttivi, soprattutto nei paesi del Sud, delle industrie tradizionali e dell’agricoltura familiare. Ora pretendono anche che la Strategia di Lisbona sia presente nell’area del commercio estero e non solo nel mercato interno.

La lotta è determinante

La lotta dei lavoratori e la sconfitta della cosiddetta “costituzione europea” nei referendum di Francia e Olanda hanno obbligato ad alcune ritirate che, alla fine, sono risultate più apparenti che reali. Le gravi decisioni del Tribunale di Giustizia Europeo, sui casi Laval, Viking Line e Ruffert, hanno reso evidente che la libera concorrenza, la libertà di circolazione delle imprese e il diritto di installazione previsti nel Trattato dell’Unione Europea in vigore, e che si conservano nel progetto del Trattato di Lisbona, vengono usati per giustificare pratiche di dumping sociale, per sminuire il valore della contrattazione collettiva, per delocalizzare lavoratori di paesi a bassi salari in paesi con salari più elevati, conservando la differenza salariale del paese d’origine, per collocare lavoratori in concorrenza tra loro.

E’ indispensabile porre fine a questa politica e cambiare corso, dando speciale rilievo a politiche di bilancio giuste, di sostegno alla produzione e alle priorità che è necessario stabilire, per garantire l’accesso ai servizi pubblici, creare lavoro con diritti, assicurare la realizzazione dei diritti umani e combattere la povertà.

Le lotte dei lavoratori, delle popolazioni e delle forze progressiste sono essenziali per ottenere una modifica di queste politiche, per sconfiggere questa strategia del capitalismo, di cui la “Strategia di Lisbona” e il trattato sono strumenti pericolosi.

 

Articolo apparso su Avante del 31 ottobre 2009, settimanale del Partito Comunista Portoghese (PCP). Ilda Figueiredo è europarlamentare del PCP nel gruppo GUE/NGL. Traduzione dal portoghese a cura della redazione di http://www.lernesto.it

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